Fare carriera in 9 minuti al giorno

9 02 2014

LikedIn: social network professionale per eccellenza, utilizzato anche dalle migliori società di head hunting e selezione del personale come canale per il reclutamento dei migliori candidati. Da una ricerca condotta da Ipsos Mori e ripresa dal social network la maggior parte dei professionisti sostiene che il tempo ideale da dedicare quotidianamente per progredire nella carriera sia maggiore di trenta minuti. In realtà secondo il personal branding William Arruda basterebbero nove minuti. Questo tempo coniugherebbe ottima concentrazione con la possibilità di aumentare il proprio network di relazioni.

 

Dalla mia breve esperienza in qualità di head hunter posso assolutamente sottolineare come sia importante mantenere il proprio profilo aggiornato e sviluppare quante più relazioni possibili in modo da aumentare la probabilità di finire nei risultati di esperti del settore e se davvero bastano 9 minuti al giorno, perché non provarci??





Comunicare: non solo parole!

28 09 2013

Come tutti sapete la comunicazione tra due persone non si basa solamente sul verbale, ma un ruolo importante è affidato alla comunicazione non verbale. Secondo uno studio di Mehrabian sono tre gli elementi alla base di qualunque atto comunicativo: il linguaggio del corpo, la voce e le parole. Secondo lo studioso il significato di qualsiasi messaggio è dedotto dal 55% dal linguaggio visivo del corpo (gesti, posture, mimica facciale), il 38% dagli elementi vocali (non verbali) del parlato (tono, timbro e ritmo) e il 7% dalle parole pronunciate. Questo non significa affatto che le parole siano poco importanti. Le parole rimangono fondamentali, ma è altrettanto fondamentale il modo con cui vengono pronunciate.

Cercare di capire pensieri, emozioni del nostro interlocutore è un desiderio di ognuno. Ci sono molti libri a riguardo ma in prima istanza è bene sottolineare che un singolo gesto, come abbassare gli occhi o incrociare le braccia, non è per forza rivelatore di qualcosa. Nella comprensione del non verbale è importante prestare attenzione al contesto in cui si attua il comportamento,alla coerenza tra i segnali emessi dal corpo e dal complesso dei gesti nel loro insieme; altrimenti si cade facilmente in errori di interpretazione.

 

Pensiamo ai colloqui di selezione: quanto è importante la comunicazione non verbale?





“Sperimenta la Flessibilità, migliora la tua impresa!”

16 06 2013

Con questo nuovo post voglio dare rilievo a un’iniziativa secondo me molto importante nel campo della work-life balance.

Si tratta del bando dal titolo “Sperimenta la Flessibilità, migliora la tua impresa!”, promosso dalla regione Lombardia. Piccole e medie imprese potranno beneficiare di una consulenza professionale gratuita volta alla definizione ed implementazione di piani di flessibilità e/o piani di maternità/paternità.

In questo si aumenterà il benessere dei propri dipendenti, garantendo od aumentando la performance organizzativa.

Per conoscere meglio di cosa si tratta e i vantaggi possibili si rimanda ai seguenti siti:

http://www.finlombarda.it/conciliazionevitalavoro

http://www.finlombarda.it/obiettivievantaggi





Leader e manager coincidono?

5 06 2013

Sfatiamo il mito che un manager sia di diritto anche un leader.

Il ruolo di manager è assegnato in modo formalizzato dall’azienda e comprende la capacità di pianificazione, controllo e gestione di attività e di persone.

La leadership consiste nella capacità di influenzare e persuadere, nel far comprendere agli altri le decisioni che devono essere prese e le azioni che devono essere intraprese per il raggiungimento di un obiettivo comune. Infatti affinché esista un leader è necessaria la presenza di follower e di un obiettivo condiviso.

Non tutti i manager sono leader o sono ottimi leader, ma quello che conta è che la capacità di leadership può sempre essere sviluppata!





Leadership e stress

9 04 2013

Un articolo pubblicato sul corriere della sera il 21 Gennaio* intitola: “I capi dicono di essere più stressati. Ma per la scienza non è vero.” Nell’articolo si fa riferimento a una ricerca, organizzata dal Center for Creative Leadership, un’organizzazione non profit legata all’Unione Europea, nella quale sono state intervistate almeno 150 persone in posizioni di responsabilità, soprattutto maschi fra i 40 e i 50 anni. Quasi tutti si lamentano dello stress da lavoro e la maggior parte di loro accusa la propria organizzazione di non dedicare abbastanza attenzione ai loro problemi.

I ricercatori hanno utilizzato i due seguenti parametri per la misurazione dello stress: il cortisolo nella saliva, che è tanto più alto quanto più aumenta lo stress, e lo stato di ansia. Confrontando i livelli dell’ormone dello stress presenti nella gente normale e in coloro che hanno posizioni di leadership è emerso è chi è in posizione di comando presenta livelli più bassi. Anche i parametri che rilevano i livelli di ansia (questionari che forniscono indicazioni piuttosto affidabili) vanno nella stessa direzione. Dunque avere una posizione di grande responsabilità non solo non induce ansia, ma la tiene sotto controllo.

Accanto a queste spiegazioni più biologiche e scientifiche, credo sia importante effettuare un’ulteriore riflessione. Il dato è che coloro che hanno posizioni di responsabilità provano meno ansia e riescono a contenerla: questo potrebbe essere dovuto al fatto che hanno le capacità per far fronte alle sfide?

La mia risposta non può che essere affermativa. È noto che lo stress negativo, cioè il distress, viene sperimentato nel momento in cui l’individuo non ha le risorse per rispondere agli stimoli stressanti, gli stressor. Le persone con posizioni di comando potrebbero essere maggiormente dotate in termini di competenze, capacità, informazioni, risorse, che permetterebbero loro di affrontare positivamente le situazioni stressanti, tenendo sotto controllo ansia e stress.

 

*http://www.corriere.it/scienze_e_tecnologie/13_gennaio_21/capi-piu-stressati-non-e-vero_bc01c668-6399-11e2-9016-003bf863ea6b.shtml

 





Vincono i feedback negativi 4 -1

8 03 2013

La mente umana ricorda molto più i feedback negativi rispetto a quelli positivi. Il rapporto sembra essere di 4 a 1. Le domande sorgono spontanee: siamo predisposti alla negatività? Si tratta di un istinto per renderci maggiormente attenti ai pericoli? O per farci migliorare?

Credo che sia importante innanzitutto distinguere tra avere consapevolezza dei propri punti di debolezza e concentrarsi unicamente su di essi.

Il primo caso lo considero positivo, perché può portare il soggetto a puntare ad un continuo miglioramento di se stesso e delle proprie caratteristiche oppure può farlo concentrare nella valorizzazione dei propri punti di forza, evitando situazioni lavorative che potrebbero mettere in luce i suoi limiti.

Invece il secondo caso potrebbe comportare, sul lungo periodo, una perdita della fiducia in se stessi.

In entrambi casi potrebbe essere utile per il soggetto effettuare quello che viene chiamato RBS (Reflected Best Self). Si tratta di uno strumento che aiuta le persone a comprendere i propri talenti. Nella pratica consiste nel chiedere a familiari, amici, colleghi, compagni, quali siano i propri punti di forza e raggrupparli in categorie sulle base delle somiglianze. Infine il soggetto può pensare e delineare quali situazioni siano migliori per lui, quali lavori possano essere ideali per mettere a frutto le proprie caratteristiche positive.

Questo potrebbe essere un buon metodo per aiutare la nostra mente a concentrarci non solo sui feedback negativi, ma anche su quelli positivi.





Donne e mamme al lavoro

27 02 2013

Oggi volevo segnalarvi un interessante articolo* uscito una decina di giorni fa sul Wall Street Journal. La famosa società di consulenza McKinsey sta cercando di rintracciare alcune donne che pochi anni fa hanno lasciato il lavoro per formare una famiglia, per chiedere loro se sarebbero pronte a ricominciare l’attività lavorativa. “Sindrome del doppio fardello”: così viene definita in un rapporto del 2010 di McKinsey, il principale ostacolo per donne costrette a bilanciare maternità e lavoro.

McKinsey non ha voluto approfondire l’iniziativa e non ha rilasciato molte informazioni, ma non è il solo ad effettuare questo tipo di programmi. Molti altri datori di lavoro stanno cercando di riportare ex lavoratori all’ovile. Alcuni di loro, tra cui Goldman Sachs Group Inc., GS 1,96% hanno programmi definiti di “returnship”, con posti di lavoro destinati ai professionisti che non hanno lavorato per diversi anni. Nella maggior parte dei casi, questi lavoratori sono donne che hanno lasciato il lavoro per avere figli.

Tutto questo può sicuramente essere considerato un segnale. Infatti sempre più aziende stanno riconsiderando i termini della vita lavorativa delle donne. Spesso accade che aziende perdano donne lavoratrici a causa dei problemi di conciliazione tra lavoro e famiglia; per questo motivo sempre più imprese si stanno adeguando promuovendo orari di lavoro flessibili o programmi specifici.

In questo modo si ha un duplice vantaggio: la lavoratrice riesce maggiormente a conciliare lavoro e famiglia aumentando il suo livello di benessere e l’azienda non perde un lavoratore di talento.

*http://online.wsj.com/article/SB10001424127887323764804578314450063914388.html